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Giornalismo di frontiera in un carcere romano

In questo periodo il sistema carcere pare fare meno notizia. Malgrado la situazione che vive la popolazione detenuta sia sempre più disumana.

Gioca un suo effetto il sovraffollamento dei detenuti che cresce in modo costante. Infatti, al 21 novembre si contano già  295 presenze in più rispetto al 31 ottobre, per arrivare a superare i 17.800 detenuti in più rispetto alla capienza delle carceri italiane.

Quando capienza non vuole dire soltanto meno “posti branda”, ma che saranno inadeguate le piante organiche del personale penitenziario, degli educatori, delle strutture sanitarie interne e degli psicologi. Quindi vi saranno meno attività e servizi negli istituti penitenziari. Meno ascolto, più solitudine, più disperazione, meno possibilità di futuro e meno speranza. Ed anche meno diritti, meno cure adeguate, meno attività, meno formazione professionale, meno opportunità di lavoro e meno diritto all’affettività e alla cura del rapporto con le proprie famiglie.  Anche l’angoscia per il futuro, la sofferenza per il presente, la mancanza di un adeguato accompagnamento a chi ha  un disagio psichico possono portare al suicidio.

Un dramma nel dramma: a novembre si sono già superati i 72 casi. Sono numeri che dovrebbero far riflettere, ma troppo spesso restano solo numeri. Invece, sarebbe opportuno raccontare le loro storie, le vite di chi ha deciso di farla finita. Invece, l’attenzione mediatica è tutta ai casi di cronaca nera, pagine e pagine, e trasmissioni sull’efferato delitto che alla fine, alimentano insicurezza e spinte securitarie, bisogno di pene esemplari.

Con il sensazionalismo si manipola l’opinione pubblica. E poi, solo per completezza e rispetto dei valori della nostra Costituzione, andrebbe raccontata la condizione di vita delle nostre carceri, le vite spezzate, il senso di colpa e il dolore per la sofferenza arrecata alle proprie famiglie oltre che alle vittime. Si alla sicurezza, ma no alla vendetta.  Per questo è importante far conoscere la realtà del carcere e ha un altro valore se lo fa chi la vive, con il suo sguardo.

In carcere ci sono persone che hanno compiuto reati e per questo pagano una pena, perdono la libertà, ma non perdono il loro diritto alla dignità, al rispetto della persona, quindi alle cure, all’istruzione, all’affetto, al lavoro, ad esprimere un pensiero.

Questa lunga premessa mi è servita per spiegare le ragioni di un notiziario realizzato con e dai detenuti all’interno di un carcere. Parlo di Non Tutti Sanno che da poco più di quattro anni realizziamo all’interno della Casa di Reclusione di Rebibbia, con l’obiettivo di far conoscere agli altri compagni di detenzione quello che accade nell’istituto penitenziario, riflettendoci su, sottolineando la distanza tra quanto viene annunciato e la realtà dei fatti, ma anche i risultati positivi che si raggiungono, le soddisfazioni per le attività  dei “laboratori” che grazie ai volontari si tengono alla Cr Rebibbia, dal teatro alla pubblicazione di libri testimonianza, agli eventi sportivi.

Raccontare, tenendo conto dei limiti imposti dal regolamento penitenziario, ma cercando di verificare, di approfondire, di incrociare esperienze e saggezza di chi ha più esperienza di vita ristretta. Individuare gli  spunti per accendere l’attenzione sull’umanità, sulle capacità, sulle sensibilità e sulla ricchezza di cui è ricco il mondo del carcere.

In questa avventura siamo meno di una decina. Il numero varia, perché la condizione alla “Reclusione” ha una sua mobilità con l’accesso ai benefici, i permessi per buona condotta, la pena finita di scontare e i trasferimenti, oppure la maturazione di altri interessi, l’impegno per la sessione d’esame all’università. Poi, c’è anche la routine che condiziona l’attività di redazione: i colloqui con l’avvocato, l’attesa video chiamata o la telefonata alla famiglia o la visita dei congiunti, la spesa da fare, il vitto, il rispetto dei rigidi orari fissati dal regolamento del carcere. Oppure si resta in cella per un problema di salute o un momento particolarmente difficile.

La redazione ha un suo spazio fisico e un suo appuntamento settimanale fisso – mai sufficiente – un solo computer senza connessione internet, con però programmi di grafica che ci consentono di impaginarlo direttamente all’interno della “Reclusione”. Questo è possibile grazie al sostegno volontario di alcuni docenti della Rufa, un’università privata di grafica e designer, che oltre ad aver fatto donare il pc, tengono un corso di grafica ai detenuti.  E’ grazie a loro e all’impegno di Marco il nostro redattore “grafico”, se l’impaginazione del notiziario è così curata.

In 28 o 32 pagine su carta patinata, in 300 copie che ci autofinanziamo, raccontiamo con lo sguardo da dietro le sbarre, quanto vediamo, speriamo e subiamo, dando un peso diverso, più intenso e profondo alle parole. Perché corrispondono a esperienza di vita, a un’intimità condivisa, all’importanza riscoperta di quanto è  ora negato, a partire dalla libertà, dal vuoto per non poter partecipare alla vita dei propri cari, al rimorso per gli errori compiuti o per l’indignazione per i torti subiti. Non è facile mettere ordine alle emozioni, superare il pudore e condividerle, che vuol dire condividere anche il bisogno di umanità e di speranza, recuperare il significato profondo delle parole, scoprirne di nuove.

 Forse questo è il dono più grande che un notiziario realizzato in carcere può offrire al mondo di fuori, ad una società distratta e prigioniera dei suoi preconcetti e delle sue paure, del suo apparente benessere. Sono articoli a volte riusciti, a volte meno, che possono rivelare un mondo che può impaurire, ma è il nostro mondo, con cui bisogna fare i conti per essere tutti più umani.

L’impegno del giornalista che coordina la redazione, con la  sua sensibilità allenata e qualche strumento in più per raccontare i fatti. è cercare di dare la forma più efficace a un pensiero, ad un sentimento. Lo sforzo è cercare di portare lo sguardo dal sé, dalla propria sofferenza, al noi, a ciò che riguarda tutti: la comunità reclusa e la società. Ma è anche dare più forza alla dignità di ciascuno e tutelare con la propria assunzione di responsabilità il lavoro e la dignità della redazione. Per questo ci opponiamo ai tentativi dell’amministrazione penitenziaria di censura sugli articoli o al diritto del redattore detenuto di firmare, se vuole, con nome e cognome il suo articolo. Una forma di assunzione di responsabilità su quanto scritto e di rispetto nei confronti dei lettori.

Abbiamo le nostre regole.  La denuncia, tantopiù in questi tempi difficili segnati da pesanti dinamiche securitarie, è importante. Ma non può limitarsi all’invettiva: per essere efficacie deve essere verificata, motivata e autorevole ed essere possibilmente accompagnata dalla capacità di proposta. Anche se quella voce, al momento non verrà ascoltata, farà crescere, renderà meno passivi, più consapevoli e più responsabili.

 Il lavoro in redazione, pure così frammentato, attiva una sorta di educazione al senso civico e alla cittadinanza. Con uno spazio al confronto prezioso, fatto di ascolto non sempre facile, che rompe la separatezza del carcere e l’infantilismo a cui è indotta la popolazione detenuta.

La sfida di Non Tutti Sanno è quella di essere ponte con la società esterna, ma anche tra le diverse realtà presenti all’interno della Casa di Reclusione, impegnate nel dare senso al tempo ristretto. Quindi associazioni che propongono laboratori teatrali o di scrittura creativa, o le opportunità di studio offerte ai detenuti dagli istituti professionali e soprattutto dall’università Roma Tre, quindi associazioni, enti e fondazioni che propongono percorsi di formazione e di avvio al lavoro. Dando conto anche dei momenti di spiritualità, davvero sentiti, o quelli sportivi, molto partecipati.

La redazione cura in modo particolare il rapporto con gli uffici del Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia e di quella di Roma Capitale, Valentina Caracciolo, a cui sottoponiamo le tante emergenze dei detenuti, primo tra tutti i diritti negati a partire da quello alla salute e all’affettività e soprattutto le mancate risposte, le lungaggini burocratiche che tanto pesano nella vita dei ristretti a volte effetto della carenza di personale, altre volte dalla mancanza di rispetto per le persone detenute, come se non avesse valore il loro tempo di attesa.

Così con il notiziario Non Tutti Sanno ci poniamo come me uno “sportello” virtuale della popolazione detenuta. Cercando un’interlocuzione con l’area educativa dell’istituto penitenziario, ma anche con le realtà che si occupano di carcere: da Antigone alla Caritas e alla Pastorale penitenziaria del Vicariato della diocesi di Roma e poi l’Unione Camere Penali, la Magistratura di Sorveglianza, le autorità Sanitarie, gli amministratori comunali e i parlamentari sensibili alla realtà carceraria, le istituzioni pubbliche, il mondo delle imprese e della cooperazione sociale e poi i colleghi, il mondo dell’informazione.

Ma, pure con i nostri limiti, l’impegno a cui teniamo di più sono gli incontri con la società civile, con i giovani nelle scuole, nelle parrocchie e  ovunque sia possibile. L’obiettivo è quello di far conoscere la vita ristretta per rompere il muro dell’indifferenza e del preconcetto. Quello che con una forza profetica straordinaria ci ha testimoniato papa Francesco e che, nel richiamo costante ai valori della nostra Costituzione, continua a richiamare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Con tutti i limiti e le difficoltà che pone il carcere, sempre crescenti, realizzare Non Tutti Sanno per me giornalista di lungo corso rappresenta una vera sfida professionale. Misurandomi in un rapporto così vicino con la notizia, che è la vita stessa delle persone ristrette, con la difficoltà a fare verifiche, comunque necessarie, in un penitenziario, con la necessaria responsabilità per tutelare le persone ristrette, consapevole di agire all‘interno di una realtà difficile, con un’autorizzazione della direzione del carcere su un progetto approvato dalla amministrazione penitenziaria e dal magistratura di sorveglianza, che richiama una maggiore responsabilità, facendo i conti con le normali esigenze di sicurezza ed anche però con una cultura securitaria che aleggia e spesso finisce per giustificare prassi distanti dai valori della Costituzione.

Vi sono, infatti, regole non scritte, eppure molto cogenti, soprattutto in una realtà “chiusa” e fortemente gerarchizzata, che è difficile mettere in discussione, senza rischiare provvedimenti disciplinari. Ma sono anacronismi che vanno raccontati per superarli. E’ il nostro compito.

Che varcare i cancelli del carcere significhi entrare in un altro mondo lo provano tutti coloro che varcano l’ingresso di un penitenziario. Depositare il proprio cellulare e poi, sentire aprire e poi chiudere i cancelli durante il percorso, corridoio dopo corridoio, nel mio caso per raggiungere la “sezione” dove trovo la redazione, è come una cesura netta, con il mondo di fuori. Ti misuri con una particolare solitudine, fatta all’inizio di timore e di fragilità, poi, con il tempo, di empatia con le persone che incontri e che ti salutano, ti riconoscono.

Se l’obiettivo di un giornale penitenziario è quello di essere ponte con la società esterna, il primo ponte lo siamo noi volontari  e giornalisti, che raccogliamo le domande di vita, di dignità, di giustizia e di umanità delle persone ristrette e cerchiamo di dare loro voce. Con responsabilità e autonomia, fin dove possiamo, con gli scarsi mezzi che abbiamo, spesso solo tollerati dalle autorità penitenziarie. Non puntando tanto allo scoop della denuncia sensazionale,  ma raccontando cosa sia la quotidianità della vita ristretta e le condizioni di vita delle persone recluse. Già rompere il muro di silenzio che circonda la realtà del carcere è importante. Raccontando e aiutando a raccontare.

 Mettiamo al servizio le nostre competenze. In fondo, non è questo il nostro mestiere?

 

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