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Chi ha paura del giornalismo investigativo?

È lunga la lista di chi non gradisce il giornalismo d’inchiesta, un elenco di poteri piccoli e grandi, centrali e periferici, palesi e occulti, legittimi e illegali, che non vogliono controlli, né giudizi. Poteri che si sentono più forti se non c’è un’opinione pubblica informata e consapevole, se l’informazione è asservita, veicolo di propaganda politica o commerciale, piegata a strumento di pressione per gli interessi privatissimi dei più forti.

L’informazione che piace ai potenti resta in superficie, si fa comunicazione, altera la dialettica politica, riducendo la capacità di valutazione dei cittadini, non incentiva la loro partecipazione alla vita democratica del Paese.

Un’informazione senza inchieste tutela le rendite, le impunità, la criminalità, gli abusi di potere, non produce sviluppo, efficienza, equità, ma cristallizza e aumenta le diseguaglianze, penalizza il valore di tutta la comunità civile.

Credo che sia opportuno quindi chiederci su quali alleati possa contare il giornalismo d’inchiesta per resistere a un attacco fatto di leggi bavaglio, di censure, di pressioni, di intimidazioni e minacce, di violenze.

Innanzitutto è necessario puntare sul rapporto di fiducia con lettori, ascoltatori, telespettatori. Un rapporto incrinato proprio dalla compressione della libertà di stampa, nelle cui classifiche internazionali il nostro paese notoriamente non brilla. La sfiducia nell’informazione è anche mancanza di fiducia nella capacità di incidere sul corso degli eventi, di orientare le scelte politiche, di ottenere il rispetto dei confini della legalità. Una sfiducia aumentata nell’era dei social, quasi paradossalmente. Perché mentre denunciamo giustamente il rischio della diffusione incontrollata di notizie false e manipolatorie, delle fake news, proprio dalla Rete emergono con forza ed evidenza fatti che un’informazione addomesticata non racconta o marginalizza.

Occorre per questo una mobilitazione permanente della categoria per esigere autonomia, indipendenza e dignità.

A partire dalle retribuzioni dei freelance sfruttati per pochi spiccioli ed esposti a ogni forma di pressione, e di chi ha un contratto di lavoro, ma sempre più spesso magri stipendi, costretto a lavorare in condizioni professionalmente umilianti.

Ma è necessario anche far capire agli editori, sempre pronti a chiedere provvidenze pubbliche, che la crisi dell’editoria è figlia anche della dissennata involuzione dei contenuti dettata dagli uffici marketing e dalla pubblicità, della trasformazione dei giornali “opere collettive dell’ingegno”, in cui il dibattito alimenta la ricerca dei fatti e la lettura della realtà, in luoghi di assemblaggio di testi, di omologazione, con il taglio del “costo del lavoro” che si traduce in impoverimento dell’offerta informativa e delle aziende editoriali.

A chi fa le leggi e amministra le risorse dell’erario dobbiamo dire, con forza, che un Paese cresce ed è dinamico solo se c’è un dibattito pubblico aperto e uno spirito critico, se viene tutelata e sostenuta l’informazione di qualità, incardinata proprio sul giornalismo d’inchiesta, fatto sul campo, l’unico che nessuna intelligenza artificiale potrà sostituire. E che i “bavagli” ai cronisti non tutelano “la politica”, ma alla lunga la rendono ostaggio, perché sono “bavagli” alla democrazia.

 

IL REPORT COMPLETO

“Chi ha paura del giornalismo investigativo?”, report 2026 dell’UNCI, Unione Nazionale Cronisti Italiani

 

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