L’appello dei 33 cronisti a Mattarella e Commissione Antimafia sottoscritto anche da Fnsi, Associazione Stampa Romana e Stampa Siciliana.
Se dopo più di trent’anni conosciamo ancora poco di quelle stragi è perché, salvo rare eccezioni, si sono concentrate solo sulla mafia. E quando s’indaga solo sulla mafia – e stanno lì a dimostrarlo tutti i delitti eccellenti di Palermo – non si scopre mai nulla o quasi. Delle uccisioni di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino sappiamo tutto e niente, tutto su Totò Riina e i suoi macellai scesi da Corleone per conquistare la Sicilia e seminare terrore in Italia, niente su quelli che vengono indicati nelle carte giudiziarie di volta in volta come “mandanti esterni” o “mandanti altri”.
Sulle bombe di Capaci e di via D’Amelio dell’estate del 1992 si sono celebrati decine di processi (i capi mafiosi tutti condannati all’ergastolo) con la magistratura che ha ricostruito un contesto collegandolo agli attentati della primavera successiva a Firenze, Milano e Roma. Tritolo in Sicilia e tritolo in Continente per ricattare lo Stato italiano e decidere il futuro del Paese.
Una strategia unica, con pupi e pupari mai identificati e che però hanno lasciato tracce che ancora oggi – con molta fatica – vengono seguite per poterne capire qualcosa di più su questo nostro tragico passato.
Ecco perché un gruppo di giornalisti che sono stati testimoni di quella terribile stagione si sono decisi a scrivere nella primavera scorsa al Presidente Sergio Mattarella, una sorta di appello “per il diritto alla verità”, inizialmente firmato da 33 colleghi siciliani e poi da quasi un centinaio di altri cronisti di ogni parte d’Italia che hanno aderito all’iniziativa dei “33”. Prima – a giugno – un incontro a Palermo – poi il 30 settembre un altro incontro a Roma alla Federazione Nazionale della Stampa con la segretaria generale Alessandra Costante, i rappresentanti dell’Assostampa romana e di quella siciliana, dell’associazione partigiani, di scrittori e intellettuali che hanno rilanciato tutti insieme l’appello a Mattarella.
Cosa chiedono? Cosa vogliono? Che commissioni parlamentari e procure della repubblica allarghino lo sguardo e non indaghino solo in certe direzioni, come sta facendo l’Antimafia presieduta da Chiara Colosimo e anche i procuratori di Caltanissetta che sono i titolari delle inchieste sulle stragi del 1992. Troppo riduttivo cercare le ragioni della morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino dentro le mille pagine di un rapporto denominato “mafia e appalti”, un dossier datato 1991 che spiegava i rapporti fra alcune famiglie mafiose di Palermo e grandi imprenditori del Nord. Un’indagine interessante ma che sicuramente non può rappresentare – secondo centinaia di esperti e di investigatori e di magistrati che per tre decenni sono penetrati nelle profondità delle stragi siciliane – un movente per Capaci e per via D’Amelio. Troppo limitante, troppo legato ad affari quotidiani e troppo poco alla criminalità politica che all’inizio degli Anni Novanta voleva cambiare il destino dell’Italia.
L’appello dei “33”, ripetuto a Roma dopo Palermo, ci racconta che noi giornalisti possiamo farci sentire tutti insieme. Ogni giorno con i nostri “pezzi”, ma quando è necessario anche con la nostra voce.